Fata Morgana in Italia
Morgana dopo aver portato Art, suo fratello, ai piedi dell'Etna, si trasferisce in Sicilia tra lo stretto di Messina e l'Etna, dove la Fata costruisce un castello di cristallo. A causa di tremende tempeste i marinai si tengono lontani da quel palazzo, e la leggenda vuole che Morgana esca dall'acqua con un cocchio trainato da sette cavalli, e getti nell'acqua tre sassi trasformando, così, il mare in uno specchio di cristallo. Grazie alle sue magie, la Fata illude il navigante che, ingannato dal movimento dei castelli aerei, pensa di approdare a Messina ritrovandosi invece tra le sue braccia.
Spesso nello stretto di Messina si può ammirare uno strano fenomeno ottico dovuto a particolari condizioni atmosferiche: guardando da Messina verso la Calabria, si vede sospesa nell'aria l'immagine della città e viceversa... Questo fenomeno è chiamato proprio Fata Morgana.
Fata Melusina
C'era una volta un re di Albany (Scozia) che si chiamava Elynas, il quale un giorno mentre era a caccia, appena avvicinatosi a una fonte, sentì un canto angelico. Chi cantava era una bellissima donna che si chiamava Préssyne. Elynas, completamente affascinato dalla sua bellezza, la chiese subito in sposa. La donna accettò ma ad una condizione: il re e marito non avrebbe mai potuto vederla mentre nutriva i figli. Tutto andò bene finchè Préssyne diede alla luce tre bambine: Melusina, Melior e Palatina. Il re era già padre, avendo avuto un figlio di nome Nathas dalla prima moglie, il quale odiava le sorellastre e, al corrente del patto, fece di tutto per convicere il padre a presentarsi nella stanza dove Préssyne allattava i figli. Il re venne meno al giuramento e Préssyne sparì con le figlie, maledicendolo, mentre Nathas prese il posto del padre. Nel frattempo, Préssyne si era rifugiata nell'isola di Avalon; ogni mattina, fino a quando non compirono quindici anni, conduceva le figlie sulla cima di una montagna per far loro vedere la terra dove erano nate. Un giorno Préssyne raccontò la storia del giuramento a Melusina, la quale indignata giurò di vendicarla. Melusina e le sorelle catturarono Elynas e lo imprigionarono a Northumberland. Quando la madre scoprì la loro impresa decise di punirle; poiché Melusina era la pi grande, la sua punizione sarebbe stata la pi severa: tutti i sabati la parte terminale del suo corpo si sarebbe trasformata nella coda di un biscione. Di conseguenza, se si fosse sposata, avrebbe dovuto imporre al marito di non vederla in quel particolare giorno, perché se ciò fosse accaduto sarebbe stata condannata per sempre. Elynas morì e Préssyne lo sepellì dedicandogli un ricco mausoleo: la tomba era abbellita da una sua statua e da una placca sulla quale stava scritta la sfortunata storia, e a guardia del tempio fu posto il gigante Gymault. Melusina si trasferì in Francia dove conobbe il futuro marito Raimondo, figlio del Duca di Forez. Raimondo per sbaglio uccise il padre adottivo Aymery, e da quel momento vagò nella foresta, finché un giorno nei pressi della Fontana della sete conobbe Melusina. I due decisero di sposarsi, ma ad una condizione: il giorno di sabato Raimondo non avrebbe mai visto Melusina. Dopo alcuni anni di felicità e la nascita di due figli, Raimondo venne tentato da un rivale geloso, il quale sussurrò che la sua Melusina in realtà gli era infedele. Raimondo venne meno al patto ed entrò nella stanza di Melusina, scoprendo la sua natura di sirena con la coda di biscione. Per quanto dispiaciuta Melusina concesse a Raimondo un'altra possibilità sarebbe rimasta se lui non avesse condiviso quel terribile segreto con altri. Poco tempo dopo però nel corso di una discussione scoppiata tra i figli, Raimondo maledì Melusina, e la chiamò "serpente" davanti a molte persone. Melusina decise di andarsene e consegnò a Raimondo due anelli, dicendo che se i suoi eredi li avessero indossati non sarebbero mai stati sconfitti. Melusina volò via sotto forma di un grande drago blu e oro, lanciando un grido profondo: il famoso lamento Melusina.
Il Ragazzo e le Fate
C'era una volta un ragazzo che tornando a casa, una sera, si allontanò senza accorgersene dal sentiero perdendosi nella grande foresta. Quando giunse la notte il ragazzo, stanco del lungo cammino, si stese sotto un albero e si addormentò. Al risveglio, alcune ore pi tardi, si accorse che un grande orso era disteso accanto a lui con la testa appoggiata ai suoi vestiti. Il ragazzo in un primo momento si spaventò ma quando si accorse che l'orso in realtà era mite, si lasciò condurre da lui attraverso il bosco finchè vide una luce provenire da una piccola capanna fatta di zolle erbose. Bussò alla porta e una piccola donna gli aprì e lo invitò gentilmente a entrare. Nella capanna, seduta accanto al fuoco, c'era un'altra piccola donna. Dopo avergli offerto una buona cena gli dissero che avrebbe dovuto dividere con loro l'unico letto della capanna.
Appena coricato il ragazzo sprofondò in un sonno pesante ma si risvegliò bruscamente al suono del pendolo che batteva la mezzanotte. Vide le due piccole donne alzarsi e infilarsi dei cappelli bianchi appesi alla spalliera del letto. La prima disse: io vado e l'altra aggiunse: io ti seguo e improvvisamente scomparvero.
Spaventato all'idea di restare solo nella capanna, e vedendo un altro cappello bianco appeso alla spalliera, lo indossò dicendo: io ti seguo. Ed ecco che immediatamente una forza misteriosa lo portò al cerchio delle Fate dove tante piccole donne danzavano allegramente. A un certo punto una di loro disse: io vado alla casa di un gentiluomo e tutte le altre: io ti seguo. Il ragazzo fece altrettanto e si ritrovò su un tetto, vicino a un alto camino.
La prima fata, poichè proprio di Fate si trattava, disse: Gi dal camino! e le altre, ripetendo la solita formula, la seguirono prima attraverso la cucina e poi gi fino alla cantina. Qui cominciarono a prendere delle bottiglie di vino da portare via, poi ne aprirono una e la porsero al ragazzo il quale bevve così avidamente che cadde in un sonno profondo. Al risveglio si trovò solo, e tutto tremante ritornò nella cucina dove incontrò dei servi che lo condussero dinnanzi al padrone di casa; dato che non sapeva dare una valida spiegazione circa la sua presenza lì fu condannato all'impiccagione.
Quando già si trovava sul patibolo vide una delle piccole donne farsi largo tra la folla; in mano teneva un cappello bianco simile a quello che lei aveva in capo. La fata chiese al giudice di lasciare indossare il cappello al ragazzo prima di impiccarlo e il giudice, non vedendo cosa ci potesse essere di male, acconsentì
La fata si arrampicò allora sul patibolo e mise il cappello sul capo del ragazzo dicendo: io vado! e il ragazzo, rapidamente, rispose: io ti seguo!. Veloci come fulmini volarono fino alla piccola capanna nel bosco. La fata gli spiegò allora quanto si fosse offesa nello scoprire che si era appropriato del cappello bianco e aggiunse che, se voleva essere amico delle creature fatate del bosco, non avrebbe mai pi dovuto prendere le cose di loro proprietà
Il ragazzo promise e, dopo una buona cena, gli fu concesso di tornare alla sua casa.
La Ninfa Biancofiore
C'era una volta in mezzo ai campi, lungo la strada maestra, una povera casa che somigliava a quelle disegnate dai bimbi, con una porticina, due finestre e un comignolo sul tetto, cinta da una siepe di spino brulla d'inverno, arida e polverosa nella buona stagione.Un comignolo fumava sempre, perchè nonna Saveria alimentava il fuoco con rami verdi, spesso umidi, raccolti qua e là per i greti dei fossati, o per le callaie.
Ma fuscelli, giunchi, foglie servivano per cuocere un po' di cibo a Serenella, la nipotina, e per riscaldare durante l'inverno. Nonna Saveria, piccola, bianca, secca, con le mani quasi trasparenti, filava sempre accanto al focherello e vendeva le matasse ad un mercante che passava per il villaggio; Serenella, bionda pi d'una spiga, chiara negli occhi come la primavera, porgeva i bioccoli di lana, riponeva le matassine filate, e se ne stava lunghe ore pensosa, senza giochi e senza letizia, come se per la felicità le mancasse qualche cosa.
Un giorno il comignolo non innalzò il suo pennacchio di fumo, perchè nonna Saveria rimase a letto con la febbre e tosse Serenella non trovò più fuscelli nel cesto accanto al focolare, pi farina nella madia, pi lana da filare nel cassettone. Era inverno e fuori la terra era gemmata di brina, le piante stellate di ghiaccioli, i fossi lucenti di specchi di ghiaccio; e la nonna tossiva penosamente, senza chiedere nulla per se, trepida solo della nipotina, che doveva aver freddo e fame.
Serenella si guardò intorno sgomenta, e udì una vocina sottile sottile che la chiamava; la voce veniva dal focolare e la bimba non tardò molto a scorgere la testina nera di un grillo, il quale veniva fuori da un buco con archetto e violino, permettersi in un angolo e intonare:
Serenella, Serenella!
Per le rive, per la neve,
c'è una bianca reginella
ben ravvolta in nube lieve
esci dunque, Serenella!
La bimba rimase perplessa, ma, poichè il grillo del focolare seguitava a dirle quelle parole misteriose, aspettò che la nonna si assopisse, quindi si ravvolse in un vecchio scialle e uscì pian piano, pensando:
-Troverò qualche giunco e farò un focherello a nonnina.
Camminò pel sentiero, trascinandosi dietro gli zoccoli, stringendosi sul petto i lembi dello scialle, cercando con gli occhi qua e là ma le vecchie foglie erano fradice, qualche fuscello abbandonato si spezzava tra le dita, consumato dal gelo.Mentre si curvava al ceppo d'una quercia con ostinata e fiduciosa ricerca, si sentì tirare dolcemente le trecce bionde, che uscivano al di sotto dello scialle.
- Che fai, bambina?
Serenella sollevò i suoi chiari occhi primaverili e vide una giovane donna, bianca come la neve, vestita di veli, quasi trasparente sullo sfondo della campagna, come fosse composta di vapori tenui. Lo splendore argentato della visione era rotto dall'oro dei capelli, un oro pallido, diffuso, come raggio di sole attraverso le nubi invernali.
-Pochi fuscelli gelati, - disse la strana apparizione, - durerebbero poco e non toglierebbero nulla alla tua fame e a quella della tua nonna. Ascoltami ti darò molta lana, tu la filerai e porterai il lavoro compiuto a questa quercia; batterai tre colpi sul tronco, chiamando Biancofiore, io verrò fuori, prenderò le matassine e ti darò nuova lana: così tutte le settimane. In compenso troverai nella tua casa fuoco e cibo.
Serenella disse: -Sì Sì - con un trillo di gioia, senza pensare che non aveva mai provato a reggere la conocchia e a prillare il fuso. Biancofiore le caricò le braccia di filoni di lana e sparì in uno scintillio di nebbia. La bambina trotterellò verso casa con quel peso inusitato, un po' traballando sugli zoccoli, con le manine intirizzite, ma con il cuore traboccante di una gioia strana. Trovò sul focolare un bel fuoco crepitante su da un ceppo, tutto braci rosse e fiammole azzurre; appesa ad una catena c'era una pentola da cui si sprigionava col vapore uno squisito odor di brodo; nella madia molto pane, sul cassettone un decotto per la nonna. Serenella servì la vecchietta e prese il suo posto accanto al focolare con la conocchia erta da un lato e il fuso pendente dall'altro: com'era difficile reggere l'una e muovere l'altro! I bioccoli di lana sfuggivano, si spargevano a terra, non obbedivano alle dita della bimba, che cercava di torcerli; il fuso, poi, si ostinava a rimaner fermo, e, se roteava, faceva sbalzi improvvisi, rompendo il filo attaccato con tanta fatica.
Serenella non si sgomentava: rizzava la conocchia, raccoglieva i bioccoli dispersi, torceva, prillava, riprovava, con una perseveranza che le veniva dal cuore. Finalmente, le ciocche di lana si assottigliarono in filo, e il fuso girò con ritmo abbastanza regolare.
Alla fine della settimana tutta la lana era filata: un po' grossa, con qualche nodo, a matasse non ben ravviate; ma Serenella disse a Biancofiore, presso la vecchia quercia: è la prima lana che filo; quest'altra volta farò meglio.
Biancofiore prese alcuni fili, li foggiò a forma di stella e disse:
-Appendile alla siepe della tua casa. Le diede nuova lana e sparì con un barbaglio di nuvola. Serenella camminò per i campi, tra le falde di neve che cominciavano a turbinare nell'aria, e quando fu presso la brulla siepe che circondava la sua dimora si fermò per appendere ad uno sterpo le stelline di lana di Biancofiore: ma qualcosa frullò sul suo capo; un battito d'ala e un uccello piccolo e gramo le si posò sulla spalla,
- Dammi quelle stelline! La bimba, ancora un poco spaurita dal volo improvviso, rispose:
- Non posso; devo obbedire a Biancofiore. L'uccello cinguettò dolcissimamente: -Sono Trillodoro, l'usignolo di maggio. Al cader dell'autunno avevo male ad un'aluccia e non potei volare in paesi pi caldi. Abito in un buio gelido e le mie piume non bastano a ripararmi dai soffi del vento: dammi le tue stelline; voglio farmi un nido per non morir di freddo. Serenella si commosse e diede le stelle di lana all'usignolo che frullò via tra i fiocchi di neve.
Così per tutta l'invernata Biancofiore, mentre consegna la lana da filare, formava stellin di filo:
- Appendile alla siepe de la tua casa. Ma Serenella donava le minuscole stelle a Trillodoro, ci veniva sempre ad incontrarla al ritorno.
Un giorno, non c'era neve e l'aria inazzurrata sapeva di viole,Biancofiore disse alla bimba:
- Raccogli le mie stelline di lana e portale al ceppo della quercia. Serenella s'allontanò sgomenta, affondando gli zoccoli nell'erba umida, che cresceva a ciuffi tra gli specchi d'acqua; i salici, i giacinti di penduli fiori d'oro, ondeggiarono sul suo capo come per confortarla, come per suggerirle un'idea: e questa venne perchè appena a casa, la bambina chiamò
- Grillo del focolare!
Il grillo canterino venne fuori e chiese - cosa desideri? - Biancofiore vuole le sue stelline di lana.
Il piccolo musicista intonò sul violino
- Stelle di lana, stelle di luna darò nel maggio,
a notte bruna.
Serenella tornò sui suoi passi, bussò al vecchio albero e Biancofiore, vestita ora diveli glauchi e viola come l'aria di primavera, ripete timida, pavida le parole del grillo.
-Va bene: aspetterò maggio. La bimba lavorò ancora,ma si rattristava delle margheritine che costellavano i prati, i mandorli e dei meli che sfiorivano, dei melograni che rossegiavano di fiori, del sole che si faceva pi vivo, delle rondini che garrivano, garrivano la gioia nei cieli, delle prime rose che si aprivano; insomma, di tutte quelle cose meravigliose che annunziano maggio.
La sera di calendimaggio, allorchè la luna inondò di chiarità i campi, Serenella udì cantare nella siepe: era un canto di gioia ed ella ne capì improvvisamente le parole:
L'usignolo Trillodoro
t'ha portato il tuo tesoro
di stelline piccoline, tutte bianche,
tutte in fiore,
per la ninfa Biancofiore.
La bambina uscì e vide che la siepe di spino era tutta fiorita di bianco, meravigliosamente; la fragranza inondava l'aria pareva una sola cosa con il canto dell'usignolo.
- Grazie, Trillodoro! Porterò subito un fascio di biancospino a Biancofiore!
La ninfa, come avesse udito le sue parole, le apparve vestita questa volta di raggidi luna: le fece una carezza lieve sui capelli e sparì nella chiarità diffusa.
A quella carezza Serenella capì che si può essere felici in una casa con una porticina, due finestre, un comignolo sul tetto simile a quelle disegnate dai bambini, con un grillo sul focolare, una siepe di biancospino, un usignolo che canta. Capì che la felicità è fatta cose piccine nate dal cuore.
Le Dame Verdi della Collina
C'era una volta una collina su cui si ergevano tre grandi alberi e nelle notti di luna piena capitava di udire dei canti e
di scorgere tre Dame verdi danzare.
Nessuno osava avvicinarsi alla collina eccetto un contadino che ogni anno, prima che calasse la notte di mezza estate, saliva sulla collina per deporre delle primule ai piedi dei tre alberi.
Le foglie stormivano, il sole brillava e il contadino, per sicurezza, faceva sempre in modo di rincasare prima che
facesse buio. Possedeva una fattoria molto produttiva e spesso diceva ai suoi tre figlioli: Mio padre mi diceva sempre che la nostra fortuna sta lass; quando sarò morto non scordate di fare come me, come fece mio padre prima di me e come fecero tutti i nostri avi. I ragazzi lo ascoltavano ma non lo prendevano troppo sul serio, eccetto il pi giovane. Quando il vecchio morì la fattoria venne divisa in tre parti: il fratello maggiore si prese quella pi grande, il secondo una parte pi piccola e il pi giovane si dovette accontentare di una striscia di terreno arido e impervio ai piedi della collina. Invece di lamentarsi cominciò a lavorare la terra di gran lena, cantando; ogni sera,prima del tramonto, rientrava a casa. Un giorno i fratelli andarono a trovarlo. Le loro grandi fattorie non rendevano bene e quando videro il piccolo campo d'orzo così rigoglioso, i pochi alberi così carichi di frutta, le verdure così verdi e deliziosamente profumate, furono rosi da una grande invidia.
Chi ti aiuta nel tuo lavoro? chiesero. Dicono gi al villaggio che qui la notte si canta e si balla: un contadino che lavora sodo la notte dovrebbe essere a letto. Il giovane non rispose e continuò a lavorare.
Eri tu quello che abbiamo visto sulla collina vicino agli alberi mentre venivamo qui? Cosa stavi facendo?
Facevo quello che nostro padre ci aveva raccomandato di fare ogni anno; questa è la notte di mezza estate rispose tranquillamente il ragazzo. I fratelli erano davvero molto arrabbiati: La collina è mia! urlò il maggiore. Che non ti veda mai pi lass! E per quanto riguarda gli alberi, ho giusto bisogno di legname per costruire il mio nuovo granaio. Domani ne taglierò uno e voi due mi aiuterete. Ma il secondo fratello disse che l'indomani sarebbe dovuto andare al mercato; il pi giovane tacque. Il giorno seguente, il giorno di mezza estate, il fratello maggiore salì sulla collina con i suoi braccianti muniti di asce e chiamò il fratello minore, che stava lavorando nell'orto perchè venisse ad aiutarlo. Per tutta risposta egli lo ammonì Ricordati che giorno è oggi!. Il maggiore non gli badò e si avviò su per la collina alla volta dei tre alberi. Quando colpì con l'ascia il primo dei tre alberi si udì un grido di donna: i cavalli e i braccianti fuggirono spaventati ma egli proseguì nel suo lavoro. Il vento fischiava, gli altri due alberi agitavano furiosamente le fronde e a un tratto l'albero colpito cadde sul contadino e lo uccise. I braccianti tornarono sulla collina per portar via il cadavere del padrone e l'albero abbattuto; da quel giorno, nelle notti di luna piena, si videro solo due Dame danzare sulla collina.
Il secondogenito decise di occuparsi della fattoria del maggiore mentre il più giovane continuò a lavorare la sua striscia di terra e la vigilia di mezza estate non scordava mai di portare primule ai piedi degli alberi sulla collina. La grande fattoria però non prosperava, e una vigilia di mezza estate, mentre il secondogenito si recava dal fratello minore, lo vide sulla collina nei pressi dei due alberi. Non osando salire anche lui urlò Lascia subito la mia terra e porta via le tue mucche che danneggiano il mio steccato! Costruirì un nuovo, solido recinto intorno alla mia collina, e abbatterò uno degli alberi per avere il legname.
Quella notte non ci furono ne canti ne balli sulla collina ma solo il pianto di molte foglie; il pi giovane dei fratelli era molto triste. Il mattino seguente il secondo fratello salì sulla collina con la scure e gli alberi rabbrividirono; assicuratosi che non ci fosse vento, che poteva fargli cadere l'albero addosso, colpì il tronco con grande forza. L 'albero gridò con voce di donna mentre cadeva e il fratello minore, che osservava la scena dal sentiero lungo il campo dove pascolavano le sue mucche, vide l'albero superstite colpire con un ramo il fratello, uccidendolo. Il pi giovane divenne così padrone delle tre fattorie ma continuò a vivere nella pi piccola, vicino alla collina e alla solitaria Dama verde. A volte, nelle notti di luna piena, si udiva una triste melodia provenire dalla collina; ogni vigilia di mezza estate il giovane depositava un mazzo di primule tardive ai piedi dell'ultima Dama verde e le sue fattorie prosperavano. Ancora oggi molta gente, anche senza conoscere questa storia, non ha il coraggio di salire sulla collina dal solo albero, specialmente la notte di mezza estate. Solo alcuni vecchi ricordano di aver sentito dire, durante la loro infanzia, che la collina non avrebbe mai dovuto essere recintata perchè apparteneva a una Dama verde.La collina e l'albero sono soli quello è un luogo triste e pericoloso.
Tam Lin il cavaliere Elfico
La bella Janet era la figlia di un conte delle Terre Basse che viveva in un grigio castello circondato da campi verdi. Un giorno, stanca di ricamare e di giocare a scacchi con le altre dame del castello, decise di andare a esplorare i boschi di Carterhaugh: indossò un mantello verde, raccolse i capelli biondi e partì Vagò attraverso quiete radure erbose piene di ombre, dove le rose selvagge crescevano rigogliose e le campanule dai verdi stami formavano un soffice tappeto. A un certo punto Janet allungò una mano per cogliere una rosa bianca da appuntare alla vita, ma appena staccò il fiore un giovane uomo le comparve davanti sul sentiero. Come osi tu cogliere le rose di Carterhaugh e vagare per questa foresta senza il mio consenso? chiese a Janet. Non intendevo fare alcun male rispose la ragazza lo sono il guardiano di questi boschi e devo fare in modo che nessuno disturbi la loro quiete le spiegò il giovane. Poi lentamente sorrise, come se lo facesse dopo molto tempo, e raccolse una rosa rossa che cresceva vicino alla rosa bianca. Eppure ti darei tutte le rose di Carterhaugh tanto sei bella disse. Prendendo la rosa Janet gli chiese: Chi sei tu che parli così dolcemente?. Il mio nome è Tam Lin replicò il giovane. Ho sentito parlare di te! gridò atterrita Janet. Tu sei un cavaliere degli Elfi! e spaventata allontanò da se la rosa. Non devi temere, dolce Janet disse Tam Lin perchè anche se tutti pensano che io sia un cavaliere degli Elfi, in realtà sono un essere umano proprio come te. E mentre Janet meravigliata ascoltava, egli raccontò la sua storia.
I miei genitori morirono quando ero un bambino e mio nonno, il conte di Roxburg, mi portò a vivere con se. Un giorno mentre stavamo cacciando nel bosco profondo, uno strano vento gelido proveniente dal nord cominciò a soffiare scuotendo ogni foglia.
Un profondo torpore mi avvolse e caddi da cavallo. Quando mi risvegliai mi trovai nel paese delle Fate; la regina degli Elfi mi aveva rapito mentre dormivo. Poi tacque per un attimo, ripensando a quella verde terra incantata. Da quel giorno sono prigioniero dell'incantesimo della regina degli Elfi. Durante il giorno sorveglio i boschi di Carterhaugh, e la notte torno nel bosco fatato. Oh Janet, ho una grande nostalgia della vita mortale; vorrei con tutto il cuore liberarmi dall'incantesimo che grava su di me! Le sue parole suonavano così addolorate che Janet disse: Non c'è alcun modo per liberarti?. Tam Lin prese la mano di Janet fra le sue e disse: Stanotte, Janet, è Halloween, e ogni anno, in questa notte, è possibile ricondurmi alla vita mortale. Nella notte di Halloween le creature fatate cavalcano oltre i confini del loro regno e io vado con loro.Dimmi cosa posso fare per aiutarti disse Janet. Con la forza del mio cuore ti ricondurrò fra gli uomini.
Tam Lin disse: A mezzanotte dovrai andare al crocevia e aspettare che passi la schiera fatata a cavallo. Resta ferma e lascia passare le prime due compagnie. lo sarò con la terza, monterò un cavallo bianco e avrò un cerchio d'oro sulla fronte. Appena mi vedi corri da me e abbracciami forte; qualunque cosa accada tu tienimi stretto e non lasciarmi, e in questo modo mi permetterai di tornare fra gli uomini.
Poco dopo la mezzanotte, Janet si diresse verso il crocevia e aspettò all'ombra di un cespuglio di biancospino. L 'acqua dei fossi rifulgeva alla luce lunare, i cespugli spinosi proiettavano strane ombre sul terreno e i rami degli alberi si agitavano in modo inquietante sulla sua testa. A un tratto avvertì in lontananza un debole suono di campanelli e capì che i cavalli fatati si stavano avvicinando.
Tremando un poco si avvolse nel mantello e, sbirciando lungo la strada, vide il balenio argentato dei finimenti, poi la candida criniera del primo cavallo; e in un attimo comparì l'intera schiera fatata: i pallidi volti degli Elfi erano rivolti verso la luna, i loro strani riccioli erano scomposti dal vento.
Janet restò ferma mentre passava la prima compagnia, con la regina degli Elfi a cavallo di un nero destriero; ne si mosse quando passò la seconda, ma appena vide il bianco destriero di Tam Lin e il luccichio del cerchio d'oro sulla sua fronte uscì di corsa dai cespugli e afferrando la briglia lo trascinò a terra avvolgendolo nel suo abbraccio. Subito si levò un grido: Tam Lin va via!. Il cavallo della regina si impennò e tornò sui suoi passi; la regina posò i suoi bellissimi occhi su di loro, e con un sortilegio trasformò Tam Lin in una piccola lucertola che Janet continuò a stringere al petto. A quel punto avvertì qualcosa strisciare fra le dite e si accorse che la lucertola si era trasformata in un gelido, viscido serpente, che ella abbracciò mentre le avvolgeva le spire intorno al collo. Improvvisamente provò un intenso dolore alle mani: il serpente si era trasformato in una barra di ferro rovente. Lacrime di dolore scesero lungo le gote di Janet che tuttavia non abbandonò la presa e continuò stringere a se Tam Lin. Allora la regina degli Elfi capì di aver perso Tam Lin a causa del saldo amore di una donna mortale e gli restituì sembianze umane: Janet si ritrovò così fra le braccia un uomo nudo. Trionfante avvolse Tam Lin nel suo mantello verde e mentre la compagnia degli Elfi riprendeva il cammino e una sottile mano verde afferrava le briglie del cavallo di Tam Lin, si udì la voce della regina levarsi in un lamento amaro: Ho perso il pi bel cavaliere della mia compagnia, tornato al mondo dei mortali. Addio Tam Lin! Se avessi saputo che una donna ti avrebbe conquistato con la forza del suo amore ti avrei privato del tuo cuore di carne per sostituirlo con uno di pietra. Se avessi saputo che la bella Janet sarebbe venuta nel bosco di Carterhaugh, avrei sostituito i tuoi occhi grigi con degli occhi di legno. Mentre la regina parlava la notte rischiarò e, alla debole luce dell'aurora, con uno strano grido, i cavalieri fatati rimontarono sui loro cavalli e scomparvero. Mentre il suono dei campanelli si faceva sempre pi lontano, Tam Lin prese fra le sue una delle povere mani piagate di Janet e insieme tornarono al castello, dove viveva il padre di lei.
Deva
Questa è una leggenda della Transilvania
Tanto tempo fa, esistevano tre fate: Dè a, Kalan e Arany. Vivevano in pace nel loro castello, in un'isola sul fiume Maros, vicino a Dè a. Stanche di abitare in quel luogo e desiderose di trovare dimore pi vicine al cielo, un giorno decisero che ognuna si sarebbe costruita una propria dimora. Dè a disse: "Mi metterò all'opera fin dall'aurora; con l'aiuto di Dio, spero di costruire in tre giorni il mio castello su questa bella montagna qui di fronte". Sua sorella Kalan disse con aria sdegnosa: "Il mio castello sarà di ferro e le sue torri toccheranno il cielo. Io non ho bisogno nè dell'aiuto degli uomini nè di quello di Dio. Lo vedrete terminare in capo a due giorni". Arany disse di voler costruire un castello d'oro e portarlo a termine nel giro di una giornata, senza l'aiuto di Dio. Non appena l'aurora spuntò si misero a lavoro. Il mattino seguente, il castello di Arany risplendeva sotto i raggi del sole. Due giorni dopo, le torri della dimora di Kalan sembravano toccare il cielo. E anche Dè a, entro il termine da lei stabilito, finì il suo castello. Verso sera il cielo si oscurò uno spaventoso uragano fece precipitare nel terrore uomini e animali. Dal cielo, si udì un gran rombo, e una voce terribile disse: "Kalan e Arany! Creature piene di orgoglio! Voi vi siete ribellate contro il Signore! Le vostre opere saranno annientate e così pure voi stesse. Quanto a te, Dè a, tu continuerai ad esistere attraverso i secoli, angelo guardiano di coloro che verranno a stabilirsi presso di te".
La cintura incantata
C'era una volta un brav'uomo che andava per i boschi a tagliare legna per guadagnarsi da vivere per sè stesso e per sua moglie.
Un giorno incontrò una signora anziana che lo avvicinò e gli porse una cintura.
"dalla a tua moglie e dille di mettersela, risalterà la sua bellezza"in effetti la cintura era davvero fantastica e sembrava valere tanto.
L'uomo, contento per il regalo che gli era stato fatto,andò a farlo vedere alla vecchietta del villaggio.
"fidati di me, disse l'anziana, non darla per nessun motivo a tua moglie, legala intorno ad un albero e vedrai!":Sm10
L'uomo ci mise un po' ma alla fine si lasciò convincere. Alla fine cosa aveva da perderci?Perciò si avvicinò alla prima quercia che trovò e gli legò la cintura attorno.In men che non si dica l'albero morì seccandosi completamente.